Lavoro irregolare a Verona tra coronavirus e caporalato

Pubblicato da Riccardo Bottazzo il

Anche in Veneto lo sfruttamento della manodopera va di pari passo con il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. In nero troppi lavoratori agricoli.

di Annalisa Mancini – Il 15 ottobre 2019 il prefetto di Verona Donato Cafagna ha inserito tra i temi principali della riunione del Comitato provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica il “monitoraggio delle cooperative di lavoro che forniscono manodopera agricola” nonché “il contrasto al caporalato e al lavoro irregolare”, raccogliendo le istanze del territorio e le evidenze di circa due anni di indagini e verifiche.

Nell’occasione di quella riunione fu il sindaco di Legnago Graziano Lorenzetti a chiedere interventi della Guardia di Finanza per interrompere lo sfruttamento della manodopera nei campi. Non più un fenomeno lontano, relegato nelle periferie senza nome del Sud d’Italia bensì l’attualità del Veneto e di Verona, dove lo sfruttamento del lavoro va di pari passo con il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

È il 2018 l’anno in cui anche la cronaca nazionale comincia a parlare di caporalato nell’agroalimentare a Verona: ad agosto 2018 nelle campagne tra Monzambano e Valeggio sul Mincio si scoprirono alcuni lavoratori in nero alloggiati in condizioni igienico-sanitarie precarie e senza acqua potabile. Poi, a dicembre 2018, vengono arrestate a Verona quattro persone con l’accusa di associazione per delinquere, tra cui il titolare di tre cooperative che producevano false dichiarazioni per consentire l’ingresso di lavoratori stranieri in Italia e tre “caporali” che avevano il compito di sorvegliarli durante il lavoro (dal rapporto della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) del primo semestre 2019). A gennaio 2020 le indagini dei Carabinieri di Verona portano all’arresto di tre persone che assoldavano manodopera a meno di 5 euro l’ora per lavorare in cinque diverse aziende agricole veronesi. Il reclutamento avveniva nei centri di accoglienza della provincia e spesso i lavoratori subivano violenza.

Lavoro

Un settore, quello agricolo, caratterizzato da competizione al ribasso e che impiega più di 23 mila addetti in tutta la provincia, soprattutto stranieri: «A marzo due lavoratori hanno denunciato il loro datore di lavoro che, versando solo due o tre giorni al mese di contributi, non consentiva loro di avere reddito sufficiente perché venisse accettata la loro domanda di asilo», racconta Mariapia Mazzasette di Cgil Verona. Regolarizzati dunque, ma solo per alcuni giorni e quindi senza diritti.

Un sistema che pare consolidato in provincia di Verona, omogeneo per metodo e tariffe. L’impressione della sindacalista è che ci sia un’organizzazione, o almeno un passaparola tra aziende agricole in cui normalmente c’è anche tanta evasione fiscale: «Se ci sono venti lavoratori in una stagione di frutta di tre mesi, con lavoratori pagati mille euro al mese ma con buste paga di 200 o 300 euro, vuol dire che ci sono 14 mila euro al mese di denaro ‘non ufficiale’ – prosegue Mazzasette –. Vuol dire insomma che c’è un sistema in cui magari anche la frutta viene venduta in nero. E non è la frutta dell’ambulante, è più probabile che sia un prodotto che finisce poi nella grande distribuzione».

Grandi protagoniste del settore agroalimentare sono di nuovo le cooperative, a cui sempre più spesso le aziende si rivolgono per la manodopera che non vogliono o non possono assumere direttamente. Nel 2017 l’Ispettorato Nazionale del Lavoro ha eseguito controlli su 3317 cooperative in tutta Italia; di queste, più della metà (55%) sono risultate fuori norma con 16.838 lavoratori irregolari e 1.444 completamente in nero.

Confcooperative Verona, di cui fanno parte 93 cooperative agricole e 85 cooperative di produzione lavoro e servizi, partecipa ai lavori dell’Osservatorio permanente per la Cooperazione e collabora quindi con l’Ispettorato del Lavoro: «Non vi sono ispettori dedicati in modo esclusivo alle verifiche delle cooperative. Accanto alla fase di controllo e ispezione, deve svilupparsi una fase di crescita culturale delle committenze industriali, che devono essere pienamente consapevoli dei rischi e dei danni potenziali derivanti dall’utilizzo di false cooperative», rileva il presidente Fausto Bertaiola.

Le committenze, dunque. Alberto Bertin dell’Ufficio legale di Coldiretti Veneto ci parla di un fenomeno patologico che riguarderebbe tutti i settori: «Se guardiamo alle imprese sane, i contratti applicati sono quelli provinciali. Il lavoro nero non rappresenta la realtà del settore agricolo altrimenti dovremmo immaginare che i 9 mila lavoratori romeni presenti a Verona nel 2019 fossero tutti irregolari!».

Il dato arriva dalle statistiche di VenetoLavoro, che registra il numero di contratti di lavoratori a tempo determinato col codice Ateco del settore agricoltura (comprendendo anche lavoratori agricoli di aziende non agricole): nel 2019 erano 66 mila gli stagionali agricoli in Veneto, di cui 31 mila a Verona. Di quei 66 mila, gli stagionali agricoli stranieri in Veneto erano 40 mila, di cui quasi 23 mila a Verona (circa il 60%). Non esistono però dati sul numero di lavoratori impiegati attraverso cooperativa o agenzia, elemento che rende la questione ancora più fumosa in questi tempi di crisi da Coronavirus.

Romeni e bulgari sono molti dei lavoratori avvicinati sulla strada verso le campagne dai sindacalisti di Cgil: «Riusciamo a fermare solo quelli a piedi o in bici, soprattutto romeni che non parlano italiano e vengono solo per la stagione nelle campagne intorno a Isola della Scala. I romeni però tendenzialmente non si fidano dei sindacati. Quelli più propensi a parlare, anche se con grosse difficoltà linguistiche, sono soprattutto indiani e pakistani che si fanno chilometri in bici per raggiungere le campagne intorno a Ca’ di David e ci raccontano di non avere nemmeno una pausa su dodici ore di lavoro». E poi ci sono Buttapietra, Zevio e i vigneti della Valpolicella, «ma ad occuparcene siamo in pochi», continua Mazzasette di Cgil.

Uva

Lavoro stagionale, lavoro nero, lavoro esternalizzato, lavoro ai tempi del Covid-19: capitoli distinti di una stessa storia in tempo di crisi, a cui anche le associazioni di categoria devono prestare attenzione. Coldiretti Veneto pensa sia fondamentale intervenire su una delle caratteristiche principali del caporalato in agricoltura: la mobilità. «Il caporale si sposta col furgone, accompagna i lavoratori da e verso casa. Ecco perché intervenire sugli alloggi dei lavoratori consentirebbe di togliere linfa vitale al caporalato. Domanda e offerta devono insomma essere mediati da associazioni, ecco perché aderiamo al progetto FARm dell’Università di Verona», ci dice Bertin.

Il progetto FarM, acronimo di Filiera per l’Agricoltura Responsabile, propone un modello di collaborazione tra pubblico e privato finalizzato alla prevenzione dello sfruttamento lavorativo in agricoltura che si concretizzerà soprattutto in strumenti di comunicazione a disposizione della filiera. Si potrebbe arrivare a forme di certificazione dell’offerta di lavoro, una sorta di white list delle aziende agricole. «Utile anche implementare il portale di intermediazione Job In Country, già esistente e poco utilizzato», aggiunge Bertin, che propone un gemellaggio con VenetoLavoro dove è già attivo un portale di domanda e offerta. E per chi non ha accesso alla tecnologia, Coldiretti pensa a degli sportelli agricoli presso i centri per l’impiego, dei punti di orientamento dedicati all’agricoltura. «In questo modo non mi rivolgo più al caporale o all’amico al bar che mi procura cinque lavoratori in nero», conclude Bertin.

La linfa vitale dell’irregolarità è il denaro e ogni possibilità tecnica per risparmiare costi dovuti per contributi e tasse. Ora, comincia a non essere più la cooperativa la forma societaria preferita da chi vuole fornire manodopera a basso costo: nuove forme societarie si affacciano nel panorama dell’intermediazione. Si tratta di nuove Società a responsabilità limitata semplice (Srls) che, anche secondo molte sigle sindacali veronesi, stanno per sostituirsi alla forma cooperativa per la fornitura di manodopera. Queste nuove società consentono di saltare quel passaggio fondamentale per le cooperative che è l’assemblea dei soci, un freno a chi lasciato da solo a decidere sarebbe invece libero di delinquere.

In tempi di crisi, la responsabilità del committente – che a volte si trova a scegliere tra onestà e sopravvivenza – si aggrava, e mai come oggi si rende necessario aiutare le aziende senza smettere di vigilare sull’intermediazione, in un equilibrio difficile tra legalità e deregulation. Verona si trova ad un buon ottavo posto nella classifica de Il Sole24 Ore delle province italiane che dal 2007 al 2013 hanno resistito meglio alla crisi economica. Si potrà dire lo stesso dopo la fine di questa crisi?

Tratto da Verona In


0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *