Il Veneto come metafora

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Di Gianfranco Bettin – Il n.72, febbraio 2020, del mensile Gli Asini, diretto da Goffredo Fofi, ospita un mio intervento sul Veneto di oggi (insieme ad altri interessanti articoli e saggi sullo stesso tema di Vezio De Lucia, Nicola De Cilia e Paolo Lanaro) e con molti altri preziosi contributi su temi diversi. Lo trovate in libreria o in edizione on line (sul sito della rivista www.gliasinirivista.org). Pubblico qui il mio intervento.

IL VENETO COME METAFORA
Meraviglia e guasto, bellezza e degrado, distribuiti in misura eccezionale, fanno del Veneto, come già la Sicilia di Sciascia, una buona metafora del nostro paese e, in un certo senso, del nostro tempo. In un punto preciso, poi, incrocia esattamente la metafora di Sciascia, laddove la “linea della palma” che risale il Belpaese insieme alla mafia incontra la linea degli “schei” che lo discende, o che va su e giù.
Meravigliosa regione di nevi e basiliche, di litorali e borghi storici e rocce colorate, di città d’arte e fiumi magnifici, è impossibile non amarla – ne abbiamo parlato, in un libretto di qualche tempo fa, con le sue grandi voci del secondo Novecento (“Il Veneto che amiamo. F.Bandini. L.Meneghello, M.Rigoni Stern, A.Zanzotto”, edizioni dell’asino; a queste e ad altre voci, Nicola De Cilia ha di recente dedicato il suo “Saturnini, malinconici, un po’ deliranti. Incontri in terra veneta”, Ronzani editore). Altrettanto, è impossibile non vederne le derive politiche e culturali – quelle stesse voci ne parlavano, le denunciavano, a volte con dura forza indignata.
Il Veneto come metafora, dunque. Ma anche realtà oggettiva, nucleo strategico di una metamorfosi che riguarda l’epoca, divisa tra l’oltranza di chi non si arresta davanti a niente pur di alimentare la macchina dell’accumulazione di ricchezza e il senso di responsabilità nuovo, radicale, che vede e affronta lo spreco di risorse, del bene universale dell’ambiente, della possibilità stessa di garantire la vita e la sua dignità, uno spreco che dai centri più ricchi si irradia e si riproduce e devasta il pianeta intero. Il Veneto, appunto, ne è, insieme, un luogo concreto e un’esemplare, drammatica e dolosa dimostrazione di come si contribuisca, “a km zero”, a sconvolgimenti globali che poi ti tornano addosso moltiplicati, boomerang planetari fuori controllo.
Il 29 ottobre 2018 la tempesta “Vaia” insieme a milioni di alberi ha abbattuto forse definitivamente la presunzione di poter continuare come prima a oltraggiare l’ambiente, il clima, la casa comune. L’intero nordest, e gran parte del paese proprio nelle sue zone più solide e agiate, ne è stato investito.
Il 12 novembre del 2019 la diffusa alluvione e la terribile “aqua granda” di Venezia (1,87 m di alta marea, la seconda della storia dopo quella del 1966, di 1,94 m, ma a differenza di quella inserita in una serie infernale susseguitasi per più giorni) ha replicato la dimostrazione di fragilità e insicurezza e lo ha fatto – proprio come a Venezia – nel quadro di un’insistente sequenza di disastri di varia entità in tutto il paese (in tutto il pianeta), la cui origine risiede in fenomeni di portata globale e in cause specifiche locali (i disastri “a km zero”, appunto). Vaia si è abbattuta soprattutto su una montagna e una collina fagocitate dall’urbanizzazione, dall’infrastrutturazione e dalle monoculture (come il turismo, o l’industria del prosecco) che ne hanno estremizzato gli effetti (ne parlano estesamente e con complessità di sguardo Diego Cason e Michele Nardelli in “Il monito della ninfea. Vaia, la montagna, il limite”, Bertelli editore). L’”aqua granda”, naturale esito dell’aumento del livello medio del mare a seguito del “climate change”, è stata resa devastante sia dalla specifica contingenza meteorologica sia, e strutturalmente, dalle manomissioni locali dell’ecosistema lagunare (scavando canali che hanno favorito l’ingressione marina, interrando grandi aree di laguna, che ne hanno ridotto la superficie, alterando portata, frequenza, corso e velocità delle maree e appiattendone e approfondendone i fondali).
Sono soltanto due esempi, particolarmente clamorosi, della crisi ambientale di cui la regione è sia una causa che una vittima. Se ne potrebbero citare molti, in realtà, ma forse non serve, basta magari ricordarne solo un terzo, per la sua pervasività, per il suo legame con l’incoscienza industrialista e per l’irresponsabilità criminale di imprenditori e politici e amministratori locali, regionali e nazionali, che hanno lasciato fare, l’inquinamento da Pfas, le sostanze perfluoroalchiliche, utilizzate per molti prodotti: impermeabilizzanti, insetticidi, schiume antincendio, vernici, cera, detersivi, per il Teflon delle pentole o il Gore-Tex e Scotchgard in abbigliamento. Sono sostanze tossiche che, in ambiente, restano solide e stabili e si accumulano, entrano negli organismi, compreso il nostro (esposto soprattutto attraverso la catena alimentare, dato che la risalgono fino ai cibi di cui ci nutriamo e producono gravi patologie, specie alla tiroide, oltre a varie forme di tumore). L’inquinamento da Pfas, soprattutto in tre province del Veneto – Verona, Vicenza Padova, ma dilavando anche altrove con i corsi d’acqua -, rappresenta uno dei casi più gravi di avvelenamento dell’acqua potabile in Europa. Ne parla, descrivendolo perfettamente ma dando voce e racconto alla lotta contro gli interessi sporchi che l’hanno causato, uno dei leader principali della mobilitazione, lo scrittore, artista, alpinista e libraio Alberto Peruffo, in un libro che bisognerebbe far leggere ovunque, “Non torneranno i prati” (Cierre edizioni), che spiega da dove venga questo degrado, questa offesa alla meraviglia che sarebbero – che ancora sono, ancorché feriti a morte – il paesaggio e l’ambiente naturale (e culturale) veneti.
Cosa impedisce che si reagisca a tutto questo? O meglio, poiché la reazione della comunità è, in diverse parti della regione, ben presente, che cosa impedisce che sia l’insieme del Veneto, le sue istituzioni, le sue forze sociali ed economiche, la politica, a reagire davvero, a cambiare davvero rotta?
Anche su questo piano, il Veneto è una rivelatrice metafora del paese e dell’epoca. E’ una delle regioni che più hanno pesato sulle politiche fondamentali espresse dai governi dal dopoguerra ad oggi. Il blocco socioeconomico dominante nel Veneto, e la rappresentanza politica che ha espresso ed esprime, sono stati e sono fra le più influenti in Italia. Direttamente, poi, localmente questo blocco governa dal 1970, cioè dalla nascita, la Regione, passata senza quasi batter ciglio – come ha ben dimostrato nei suoi studi Ilvo Diamanti e come hanno precisato, dopo le ultime elezioni politiche, M. Cavallaro, G. Diamanti e L. Pregliasco in “Una nuova Italia”, Castelvecchi – dall’egemonia democristiana a quella forzista (l’era di Giancarlo Galan) a quella leghista oggi (l’era di Luca Zaia).
Sul finire dell’era dc, nel quadro di uno studio storico d’insieme sul Veneto che ancora rappresenta un punto di riferimento fondamentale (“Il Veneto”, in “Storia d’Italia. Le Regioni dall’Unità a oggi”, Einaudi, 1984), Mario Isnenghi e Silvio Lanaro concludevano il ponderoso volume con un breve saggio (“Un modello stanco”, p.1069 e sgg.) che, pur dando conto del fatto che “l’eclissi del sacro e i fenomeni di secolarizzazione che più brutalmente si abbattono sulle società tradizionali non possono non diffondersi anche nel Veneto”, sottolineava come non fosse possibile sostenere che “l’offuscamento dell’unità politica su base religiosa abbia portato a un rapido disgregarsi dell’assemblaggio di forze – economiche, politiche, elettorali – che aveva potuto tranquillamente prosperare per decenni. Diluitesi le cauzioni confessionali del blocco di potere, rimangono ben vive le sue cauzioni laiche e mondane”.
Le mediazioni valoriali che le “cauzioni confessionali” producevano venivano semplicemente meno e si imponeva la spietata legge degli interessi, le “cauzioni laiche e mondane”: l’arricchimento, gli “schei”, la produttività, il consumo di territorio, di risorse, l’utilizzo dello stato e delle istituzioni per favorire questo insieme di interessi (in forme sia lecite che illegali, docet il caso Mose, la più grande truffa e tangente d’Italia e d’Europa, e, su un piano ancora più oscuro e diffuso, lo conferma la facilità con cui il denaro sporco delle grandi organizzazioni criminali e mafiose trova spazio nei circuiti legali e nel sottobosco economico, finanziario e politico). Venuto meno l’argomento anticomunista, un cemento “ideale”, si fa per dire, del contesto locale è stato il ravvivarsi di un sentimento antistatale, da sempre presente nella regione (e con motivi che risalgono alle contraddizioni dell’unificazione italiana), ora rilanciato a partire dalla protesta fiscale e dall’insoddisfazione per i limiti di servizi e infrastrutture che si vorrebbero dovuti dallo Stato (quello stesso da sempre fortemente orientato, nei suoi governi, dal blocco politico veneto).
Una forma specifica di trasformismo ha consentito alla classe dirigente veneta di spacciarsi per vittima, insieme al territorio, di politiche che l’hanno in realtà vista protagonista per decenni, e tuttora. L’allarme anticomunista è stato sostituito dal frequente piagnisteo fiscale e da un’esibita sindrome da abbandono che ha infine nutrito, e distorto, una pur legittima e per molti versi condivisibile, richiesta di autonomia (che meglio sarebbe stato organizzare in chiave federalista e non di neocentralismo regionalista, che è il vero limite e il vero problema prodotto dalla versione leghista, anzi salviniana, dell’Autonomia regionale in discussione in parlamento).
Luca Zaia non è il Berlusconi che negava anche l’evidenza dei mutamenti climatici e della crisi ambientale fino a poco fa (e forse tuttora), né la Lega è il coacervo di interessi freddi che esprimeva Forza Italia. E’ un partito vero, radicato, in cui localmente i militanti e gli elettori discutono di cose pratiche, e la crisi ambientale, il degrado dei territori dissestati e stravolti, il veleno dei Pfas eccetera, non li possono negare. Se li sentono addosso. Ma li imputano ad altri: lo Stato italiano, l’Europa, Soros, per la parte di disordine sociale e identitario i migranti, in ogni caso chiunque altro. Chi, come la Lega, era al governo mentre si scatenava la repressione contro i contestatori della globalizzazione neoliberista ai suoi albori ora imputa a quella globalizzazione, che ha incoraggiato e deregolamentato in ogni modo, i disastri che si abbattono sul suo reame.
Anche in questo il Veneto è metafora. Purtroppo, la metafora è in realtà un fenomeno concreto, una deriva fisica e chimica, ambientale, climatica, a cui il tipo di sviluppo e la cultura politica egemoni hanno impresso forza distruttiva. Per questo, dunque, è anche l’epicentro del vero scontro di civiltà in atto oggi, tra la salvezza del bene comune e il degrado delle basi stesse della vita e della convivenza.


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