Verona come Venezia e Firenze? Overtourism e residenzialità

Pubblicato da Annalisa Mancini il

Articolo pubblicato su Verona-In, 14/07/2019

Nugoli scomposti di persone interrompono la camminata veloce di Nicoletta, che ogni giorno a Verona percorre via Cappello di corsa verso il lavoro: gruppi di turisti di ogni nazionalità sostano davanti alla casa di Giulietta imbambolati. Sono soprattutto stranieri, con un +35,6% di cinesi rispetto al 2017. In testa alla classifica rimangono tedeschi, olandesi e britannici, che visitano la città, spesso tappa di una vacanza più lunga trascorsa in uno dei campeggi-villaggio del lago di Garda. Nicoletta abita e lavora nel centro storico di Verona, ma le capita spesso di dover parcheggiare piuttosto lontano da casa e dal lavoro, dopo essere rientrata dalle solite commissioni serali.

Non è la sola residente che lamenta la carenza di parcheggi, spesso occupati dai turisti che alloggiano nei b&b del centro: in base ai dati del Gruppo Tecnocasa, a Verona si registra uno dei più notevoli aumenti della componente di acquisto di immobili ad uso investimento con finalità turistica in Italia (+30,8% rispetto al 2017), con una tendenza più forte verso il frazionamento dell’immobile per l’uso di b&b (più che per locazioni di interi appartamenti). Un cambiamento che sta trasformando anche il volto della città: da tre anni Tecnocasa parla di aumento sensibile di richieste da parte di investitori per l’avviamento di attività di b&b anche in zona Veronetta, uno dei quartieri storicamente considerati di “serie B” per la residenzialità. La disponibilità diminuisce e i prezzi si alzano, si sa, è la regola del libero mercato, e così i centri storici rischiano lo spopolamento.

Solo nel periodo tra il 2012 e il 2017 il numero di arrivi di turisti in Italia è aumentato del 17,8% e le presenze (cioè il numero di pernottamenti consecutivi) del 12,1% ma dal Rapporto sul Turismo della Provincia di Verona 2018 sono misteriosamente scomparsi i dati del tasso di turisticità e di densità turistica, cioè gli indicatori fondamentali dell’effettivo peso del turismo sulla popolazione e sul territorio, dati pubblicati fino al 2017. Ora quelle due dolorose colonnine nascoste dalle statistiche della Camera di Commercio si ricavano dai dati ufficiali Istat: nonostante la popolazione residente a Verona e provincia sia aumentata di 65.000 unità in 12 anni (periodo 2005-2017), il numero di presenze turistiche per abitante è comunque cresciuto costantemente, passando da 14 a 18,8.

Ma anche se le elaborazioni statistiche locali si fermano al record di densità turistica di Peschiera del Garda del 2017 (con 126.511 presenze per kmq), mantenendo ovviamente fisso il dato della superficie territoriali (18 Kmq), non è difficile calcolare per il 2018 un aumento di più di 7600 presenze nello stesso Comune gardesano. Lo stesso vale per il record di tasso di turisticità (rapporto presenze turistiche e numero di abitanti) di Lazise, che nel 2017 saliva sul podio del sovraffollamento e nel 2018 lo mantiene superandolo di circa 40 punti (simulando verosimilmente che il numero di residenti non sia variato).

Verona è ora la quinta provincia italiana per numero di presenze turistiche e insieme a Venezia, Firenze, Roma e Milano rientra nella classifica delle città d’arte con la percentuale più elevata di turisti stranieri (57,5%).

Qual è il significato di questi dati e in che modo possono trasformare per sempre una comunità?

Conferenze, convegni e studi di settore sull’impatto negativo che l’industria turistica può avere su comunità, territorio e turisti stessi si moltiplicano ormai da qualche anno. È la stessa Regione Veneto, nella recente Analisi del Sistema Turistico, a porre la questione: “Un eccesso di turismo potrebbe causare sul piano ambientale danni in zone ecologicamente sensibili, alti consumi di risorse naturali, incremento dell’inquinamento, deterioramento del patrimonio artistico, può contribuire all’appiattimento culturale, alla perdita delle tradizioni locali e a gravi squilibri socio-economici”.

Dov’è che abbiamo sbagliato?

L’industria turistica a Verona e provincia è cambiata molto negli ultimi decenni: nel secondo dopoguerra tutta l’Italia conosce il boom del turismo di massa, Verona è soprattutto città d’arte e di musei, la Lessinia e il Monte Baldo sono la montagna “vicina” frequentata dai veneti mentre il lago è il “mare” più prossimo per tedeschi e olandesi. Già con la seconda metà degli anni Novanta, Verona registra un calo del turismo museale e anche la montagna veronese paga lo scotto di infrastrutture non competitive: gli arrivi aumentano ma il numero di pernottamenti diminuisce, dato che negli anni Duemila influenza inevitabilmente il comparto turistico e immobiliare. Tra 2000 e 2015, Verona scala la classifica delle 10 province italiane più visitate in termini assoluti: Verona è anche tra le prime 10 province italiane per quota di movimento alberghiero estero rispetto al totale, con due picchi nel 2013 e nel 2015 (dati Federalberghi). Il 2015 è anche l’anno record, che vede la città scaligera seconda solo a Venezia per numero di presenze (8.337.400), numeri a cui gli operatori del settore guardano con nostalgia ma che hanno rappresentato vette “esagerate”, a detta degli stessi.

Nonostante la flessione del numero di presenze tra gli anni 2008 e 2010, il numero di arrivi sia a Verona sia nel comprensorio “Garda” è sempre costantemente aumentato passando da poco meno di due milioni nel 1997 a 4.906.367 nel 2018.

Dopo la ricostruzione del centro con la suddivisione in fasce per destinazione d’uso e quindi in fasce sociali, dopo la fine del manifatturiero e con l’iscrizione nel 2000 nella lista dei siti Unesco, Verona e la sua provincia puntano sul terziario e vincono: il comparto turistico dà lavoro a 112.400 persone in tutta la provincia (Istat, 2017) ed è preceduta solo da Venezia per numero e densità di strutture ricettive alberghiere (663 contro i 1188 di Venezia, con 21 strutture per 100 kmq, Analisi Regione Veneto). In estate e in agosto in particolare, il numero dei turisti nel cosiddetto comprensorio “lago” (Garda veronese) è superiore a quello della popolazione residente: 1043 turisti al giorno ogni 1000 abitanti (senza considerare la pressione dei turisti e dei lavoratori pendolari, fenomeni difficilmente monitorabili).

Cosa c’è che non va nel turismo?

A Venezia e Firenze il fenomeno è conosciuto da anni ormai e pare inarrestabile: nel capoluogo veneto, ormai sconvolto da milioni di presenze turistiche, 8 alloggi su 10 sono di proprietà di grandi holding di investitori privati. Il solo centro storico di Firenze conta 14.716.466 presenze, numeri soffocanti per i fragilissimi 5,5 kmq del capoluogo toscano, dove da circa un anno l’associazione “Progetto Firenze” ha dichiarato guerra alla gentrificazione turistica (da gentrification, intesa come processo di espulsione dei residenti dalle aree urbane centrali a seguito di interventi spontanei o pianificati che determinano incrementi del valore immobiliare e variazioni di destinazione d’uso degli immobili). «Il turismo è un elemento politico di governance territoriale, è la più grande industria italiana e fiorentina ma è un’industria estrattiva, che ha perso un rapporto sostenibile con la cittadinanza», ci dice Massimo Lensi (presidente di Progetto Firenze). «Non vogliamo apparire come quelli del tourist-go-home ma oggi come fa un’amministrazione comunale a governare quasi 15 milioni di presenze turistiche su 370 mila abitanti?». Numeri ancora distanti dall’attualità di Verona, che registra 17.293.790 presenze comprendendo però anche la zona del lago di Garda. Eppure qualche elemento in comune già si intravede: lo spopolamento dei centri storici, la tendenza sempre maggiore ad acquistare immobili per puro investimento, il ritmo elevatissimo di crescita del turismo straniero soprattutto da Russia (+26%) e Cina (+22%).

Ed è proprio su Russia e Cina che punta lo stesso sindaco Federico Sboarina, che dalle pagine di Verona In dichiara: «Il 2020 sarà l’anno del turismo cinese in Italia. Partiamo in pole position e quando partiamo primi l’unico obiettivo è quello di restare in testa. Stiamo mettendo in rete quelle eccellenze che permetteranno alle nostre aziende di crescere nei mercati cinesi. Oltre ad aprire nuove prospettive commerciali come la piattaforma Wine to Asia che dal prossimo anno VeronaFiere realizzerà in Cina». Sboarina ricorda inoltre la presenza veronese al festival del turismo di Mosca, dove una delegazione ha promosso la stagione lirica areniana, e auspica una convivenza armoniosa di turismo e esigenze dei cittadini: «Abbiamo adeguato le tariffe di ingresso dei bus turistici per chi si ferma solo per qualche ora. Un aumento di 2-3 euro a persona ci permette di garantire a chi arriva servizi importanti e allo stesso tempo di sistemare strade e marciapiedi, assicurare l’accesso a musei e monumenti, aumentare la sicurezza, ottimizzare la raccolta rifiuti».

Tra le voci veronesi che manifestano preoccupazione, c’è anche l’urbanista veronese Giorgio Massignan, ex presidente della sezione locale di Italia Nostra. «Negli anni, le decisioni politiche in campo urbanistico hanno trasformato la natura residenziale del centro storico, prima in direzionale (con uffici, banche ecc.), anni ‘70-’80 e poi, con l’avvento della ZTL e quindi la fine del direzionale, in turistico. Sono presenze lampo, anche perché nessuno si è mai preoccupato di offrire della città tutto il suo patrimonio culturale monumentale e ambientale. Ci si è limitati al triangolino del turismo mordi-e-fuggi di Piazza Erbe, balcone di Giulietta e Piazza Bra. Un’area limitata ma compressa che ha estromesso gli abitanti attraverso l’aumento dei b&b e che ora potrebbe subire un ulteriore colpo, con il cosiddetto Piano Folin: un progetto a vocazione turistica che vorrebbe in quell’isolato tra via Garibaldi e via Rosa un nuovo grande centro congressi con albergo e spazi per l’enogastronomia». Gli fa eco Michele Bertucco, consigliere di Verona e Sinistra in comune, che non ha dubbi e riconosce come imminente il rischio di gentrification: «I residenti nel centro storico sono sul piede di guerra. Inoltre, i turisti sono spesso sconvenienti anche nell’abbigliamento e nei comportamenti. Troppo spesso si tratta di un turismo “mordi e fuggi” concentrato solo su alcuni monumenti (Arena e Casa di Giulietta). Si dovrebbe puntare ad allungare la permanenza dei turisti nella nostra città valorizzando tutti i siti storici e museali».

Veri e finti nemici.

Un fenomeno, quello dello spopolamento del centro, che Venezia, Barcellona, Firenze, Amsterdam e Lisbona conoscono bene ma che in quelle città ha assunto il tratto distintivo di una guerra alla sharing economy di Airbnb, il sito americano nato per condividere la propria casa come evento saltuario e occasionale di reddito e diventato ormai un portale specializzato in affitti turistici. E se nel 2017 il 57,7% dei turisti ha soggiornato in strutture extra-alberghiere veronesi, la Camera di Commercio evidenzia come il settore sia occupato per due terzi (66,2%) dai villaggi turistici e campeggi del lago di Garda. Il fronte degli alloggi privati cresce moltissimo rispetto al 2016 ma conquista solo il 14,5% delle presenze contro il 42,3% degli alberghi. Airbnb ‒ insieme a Booking.com, Homeaway, Hometogo e altri potenti amplificatori pubblicitari ‒ ha aumentato enormemente la sua offerta soprattutto da quando ha aperto anche agli host professionali (operatori professionisti delle locazioni turistiche), elemento che favorisce la duplicazione di annunci per lo stesso appartamento e che inquina dunque i dati statistici degli ultimi 3 anni avendo determinato una situazione non comparabile col passato. Non solo più appartamenti dunque ma sicuramente più host e più annunci per lo stesso appartamento.

Che fare?

Federalberghi Garda Veneto nel 2018 si era dimostrata molto preoccupata del fenomeno, visto come un elemento di “concorrenza sleale” ma ora il suo neo-presidente, nonché ex sindaco di Bardolino, Ivan De Beni lo inquadra diversamente: «Nel Garda veronese abbiamo un turismo a 360 gradi: ci sono l’alberghiero, l’extra-alberghiero, l’affittacamere, gli appartamenti a uso turistico e il grosso lo fa il camping. Inoltre, per quanto riguarda, gli hotel, per fronteggiare la concorrenza presente sugli OTA (agenzie di intermediazione online come Booking.com, TripAdvisor, Expedia) e il fenomeno del mordi-e-fuggi non è sufficiente applicare strategie aggressive dal punto di vista dei prezzi. Dobbiamo imparare a offrire un turismo esperienziale e per questo Federalberghi attuerà una politica di protezione dell’associato anche fornendo strumenti per la formazione del personale. È anche una questione culturale, un fatto generazionale che richiede tempo. È un percorso lungo».

E a proposito di concorrenza, più o meno sleale, Confcommercio e Comune di Verona hanno confermato l’iniziativa di istituire una task force per combattere l’abusivismo ricettivo nonché l’abbattimento della tassa di soggiorno per giovani tra i 18 e i 25 anni e per gruppi oltre le 15 unità che prenotino in hotel. Servirà per raggiungere l’obiettivo dichiarato di limitare il turismo mordi-e-fuggi, che ancora caratterizza l’alberghiero veronese con pernottamenti medi di 2 notti?

Sul rischio della scarsità di affitti per residenti addebitato anche all’aumento delle offerte di alloggi per turisti, l’assessore regionale Federico Caner si esprime così: «Ad Amsterdam gli alloggi privati possono essere affittati solo con contratti a breve termine e per un massimo di due mesi all’anno e possono ospitare solo quattro persone per volta con buoni risultati per host, turisti e anche per la città; a Berlino i residenti possono affittare la loro prima casa senza restrizioni di tempo, a patto che il carattere di prima casa non venga intaccato, mentre la seconda casa può essere affittata fino a un massimo di 90 giorni all’anno. In Italia la normativa sugli affitti brevi è statale, ma come Regione Veneto stiamo intervenendo con disposizioni che prevedono un codice identificativo dell’alloggio oggetto di locazione turistica, da utilizzarsi per pubblicizzare l’alloggio, anche su piattaforme digitali o siti internet di prenotazione. L’obiettivo è quello di scoraggiare l’abusivismo». Airbnb sfugge ancora alla spada di Damocle dell’obbligo di ritenuta della cedolare secca ma la situazione assume tratti più preoccupanti a Verona-città piuttosto che sul lago di Garda.

Venezia, coi suoi 20 milioni di visitatori per 55 mila abitanti, conosce bene l’impatto di Airbnb sul problema dell’overtourism, che è stato uno dei temi centrali della BIT (Borsa Internazionale del Turismo) 2018. E proprio l’emergenza delle città italiane soffocate dal turismo è stato il motore di un collettivo di professionisti che si è fatto promotore di una Proposta di legge per il diritto alla città storica. Vezio De Lucia, urbanista che ne coordina le iniziative, ci racconta come il punto di partenza sia stata la mancanza di visione in campo urbanistico: «Firenze è un continuo intervenire sulla normativa per trasformare edifici storici con cambio di destinazione d’uso, da abitazioni a negozi di lusso. Anche Venezia ne è vittima, basti pensare al Fontego dei Tedeschi trasformato in centro commerciale di lusso. Il nostro obiettivo specialistico è la tutela dei centri storici ormai snaturati, tanto che il punto più forte della Proposta di legge è l’articolo 5, che verte sul loro ripopolamento».

Lo scopo ideale che muove Vezio De Lucia, Ilaria Agostini, Tomaso Montanari, Pier Luigi Cervellati e altri professionisti e ricercatori è quello di restituire il primato della cultura italiano, “l’invenzione del centro storico, uno dei pochi vanti italiani”. E proprio a Cervellati, fondatore del restauro urbano e del recupero dei centri storici per usi abitativi, è andato il premio Ranuccio Bianchi Bandinelli, associazione che pubblica sul proprio sito gli atti del convegno “Il diritto alla città storica”. La Proposta di legge è stata presentata nel dicembre scorso alla Camera da Stefano Fassina (Sinistra Italiana) e al Senato dalla senatrice Michela Montevecchi (M5S).

Anche la politica locale abbozza soluzioni e a tutti i livelli – comunale e regionale – confida in blocco nella recente costituzione della cosiddetta DMO, una nuova organizzazione per la gestione delle destinazioni turistiche costituita da soggetti privati e pubblici: è la legge regionale 11/2003 che lo prevede, definendo tra gli obiettivi quello della realizzazione unitaria di funzioni di promozione e commercializzazione. Insomma, tanti e più turisti vanno bene ma proviamo a “spalmarli” nel tempo e nello spazio con l’ausilio di internet.

Intanto, in tempi in cui internet sembra la soluzione a tutti i problemi, la cronaca ci conferma che non sono solo le grandi città d’arte a soffrire di overtourism: la sindaca di Riomaggiore (Cinque Terre) ha emesso un’ordinanza che prevede l’allerta per folla, imponendo alle Ferrovie un numero massimo di persone che può sostare nell’area della stazione. E dunque treni a prenotazione con flussi controllati. Le Ferrovie hanno fatto ricorso al Tar e a luglio 2019 l’ordinanza è stata bocciata ma la sentenza ha sancito il prevalere della sicurezza sulla libera circolazione.

Alla fine, Fabrizia Pecunia, sindaca di un paesello di 1485 abitanti, ha avuto ragione: «Una buona notizia per tutti i sindaci d’Italia: ci sono strumenti per far valere le responsabilità che abbiamo sui territori».


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